domenica, marzo 9

Nuova rubrica - L'arrivo

Grazie ad un finanziamento europeo, destinato in realtà alla lotta all'obesità delle zoccole in Campania ma dirottato a me grazie ad indebite pressioni di suor Pier Giulia - mia istitutrice all'asilo, sono riuscito ad acquistare in esclusiva i diritti per una corrispondenza da Damasco, in Siria. Quindi da oggi inizia una simpatica rubrica dedicata a questa meravigliosa città, che andrà avanti fino al 17 Aprile 2008.

"Partenza da casa alle ore 5:00 del mattino per prendere il primo volo per Roma delle 6:40. Il sonno mi fa chiudere gli occhi ma l'eccitazione me li fa riaprire subito. Non vedo l'ora di salire sul quell'aereo che, alle 13:40, mi porterà a Damasco.
Non posso nascondere di essere molto tesa. Tesa, non spaventata. Credo che sia colpa di tutto quello che i media ci hanno propinato dall'11 settembre del 2001. Mi passano per la mente immagini di gente che smitraglia in aria, roghi. Ma in realtà basta accendere il cervello per capire che quelle sono solo stereotipi. O forse è solo perché non mi sento molto pratica con l'arabo. Ma, cavolo, è per impare che parto.
La mia compagna di viaggio non fa nient'altro che parlare a vanvera, mentre io non posso fare a meno di pensare che si è portata L'UOVO DI PASQUA. Non i fermenti lattici, gli antibiotici o qualche medicina. L'uovo di Pasqua.
Tra la ricerca del gate e uno sguardo cieco alle vetrine, è arrivato il momento di imbarcarsi.
Arriviamo a Damasco verso le 18 ora italiana, qui le 19. Ci attende la solita ragazza con cartello dell'agenzia. Ci accoglie calosamente snocciolando le solite domande sul volo mentre ci dirigiamo verso la sua auto.
Dopo circa mezz'ora arriviamo a casa della famiglia che ci ospiterà. In realtà scopriamo che è un vecchietto dall'aria arzilla ma molto acciaccato. Ci saluta prima in inglese e poi in arabo con deferenza. Non so perché ma mi sta subito simpatico. Ci mostra le nostre stanze salendo le scale carponi. Diciamo che la casa non è proprio una reggia ma almeno è pulita.
Sistemiamo le nostre cose e la mia compagna inizia una cantilena che temo mi accopagnerà fino alle fine di questo viaggio: "Voglio tornare a casa, qui fa tutto schifo, mi manca l'Ignazzio" E amenità varie. Cerco di consolarla.
Il vecchio Jihad - giuro che si chiama così - grida dalla cucina che la cena è pronta. Ah, finalmente mangio un vero Kebab! Non ha niente a che vedere con quello italiano: la carne è più speziata, ci mettono su una salsina strana, la pasta è oliata. Più pesante ma molto più buono. A tavola con noi c'è seduto un ragazzo svedese che è ospite qui da un pò di giorni.
Finita la cena andiamo a fare un giro nei paraggi e finiamo in un pub - lo chiamo così per comodità - dove, per non rischiare ordino un the anziché una birra.
La serata finisce presto perché siamo troppo stanche."

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